All'Espo intervennero i primi artisti
liberty della città. L'ingegnere Luciano Franco si occupò
della disposizione dell'insieme degli edifici nella piazza d'Armi
(odierna piazza G. Verga), costituendo una galleria quadrangolare con al centro un
giardino ornato da chioschi. Lo stile scelto per il prospetto esterno e per le facciate prospicienti il giardino
fu quello dell'Arte Nuova. Egli volle introdurre anche uno stile
locale, il saraceno, nel grande arco d'ingresso che ha una curva araba. Il vestibolo, a cui si giungeva attraversando l' arco, era a pianta
quasi quadrata . Da qui due porte conducevano alle gallerie
della mostra. In asse con il vestibolo sorgeva il grande Ottagono, con otto pilastri e otto guglie.
Dodici porte vi si aprivano. La
cupola era
alta trenta metri. Dal vestibolo i visitatori entravano nel
giardino, circondato da gallerie su tre lati. Quattro archi arabi stilizzati si aprivano
sui tre lati, mentre dal quarto si accedeva al complesso delle Belle Arti. Capolavoro
dell'espò fu il distrutto Chiosco Inserra di Tommaso Malerba. Esso aveva già il tipico elemento liberty della facciata,
l'apertura tripartita arcuata, inserita in una architettura eclettica di gusto gotico-
orientaleggiante. Alessandro Abate aveva decorato la volta del vestibolo d'ingresso, ove
apparivano ai quattro capi: Labor, Ars, Voluntas, Aeconomia, insieme ad immagini di contadini
al lavoro, incorniciati da disegni floreali. Sullo sfondo
troneggiava l'Etna e, nell'azzurro del cielo, la dea Cerere, sopra
una quadriga, distribuiva corone ai contadini intenti al lavoro della mietitura e
dell'aratura. |