 Wagner
scrisse che la musica di Bellini è profondamente sentita e strettamente legata
al testo. Queste parole illustrano la forma di quello che è stato definito il canto
puro belliniano: distesa, fluente come un discorso e, come un discorso, asimmetrica,
senza ritorni e ripetizioni, efficace soprattutto nei momenti risolutivi del dramma,
quando quasi lo trascende e diviene non soltanto il mezzo espressivo del sentimento di un
determinato personaggio in una determinata situazione, ma espressione universale e
trasumanata di quel sentimento. Motivi come la Casta Diva nella Norma, Ah,
non credea mirarti nella Sonnambula e Qui la voce sua soave nei Puritani,
sono ineguagliabili capolavori per la purezza e il respiro lirico della linea melodica e
per l'emozione che sgorga sublimata al culmine del conflitto dei sentimenti; paragonabili
ai momenti catartici della tragedia greca. (Grande Dizionario
Enciclopedico UTET).
Il famoso musicista, detto il Cigno, nacque
a Catania nel 1801 e morì a Puteaux (Parigi) nel 1835. Quando Heinrich Heine, il bizzarro
poeta tedesco, nel salotto parigino di Cristina Trivulzio, principessa di Belgioioso,
predisse a Vincenzo Bellini che sarebbe morto giovane, non immaginava certo che quella
frase, detta forse soltanto per far dispetto a quel musicista che arrivava dall'estremo
sud e che gli era in quel momento piuttosto antipatico perché si muoveva con garbo, con civetteria ed era
sempre elegante fino all'affettazione, di lì a qualche anno gli avrebbe procurato
la patente di menagramo. Era il 1833. Al bel catanese restavano poco meno di due anni di
vita e nulla allora lasciava prevedere (anche, se fin dal '30, talvolta in maniera
violenta, si era manifestato il male che lo avrebbe portato alla tomba, una tremenda
febbre infiammatoria gastrica biliosa, diceva lo stesso Bellini) una fine così
imminente e dolorosa. Il musicista anzi appariva in forma e come sempre era al centro del
generale interesse, adulato - soprattutto dalle più belle donne di
Parigi; inoltre, stava per concludere l'accordo con il Teatro degli Italiani per I
Puritani, la sua decima opera, data nel gennaio del 1835 con trionfale successo. Le
ovazioni degli spettatori e le simpatie, peraltro, avevano accompagnato Bellini
ininterrottamente (tranne qualche angustia iniziale per Zaira, Norma e Beatrice di
Tenda, subito però riscattata da convinti consensi del pubblico e della critica) da
undici anni, da quando cioè, ventiquattrenne, nel teatro del Reale conservatorio
napoletano di San Sebastiano, dove aveva compiuto gli studi, aveva presentato la sua prima
opera, Adelson e Salvini. Riconoscimenti confermati l'anno dopo (1826) quando al
San Carlo, presente il re di Napoli Francesco I, il suo secondo lavoro, Bianca e
Gernando, aveva ricevuto applausi unanimi, spontanei, davvero incoraggianti
anche nelle ventiquattro repliche dell'opera.Con questi successi
Bellini ripagò la fiducia accordatagli dal Decurionato catanese che si era assunto le
spese degli studi del promettente giovanetto, il quale fin dalla più tenera età aveva
rivelato uno spiccato talento musicale, tanto da scrivere ad appena sei anni la sua prima
composizione (Gallus cantavit). La musica l'aveva nel sangue. Gli era stata
trasmessa dal vecchio don Vincenzo Tobia Bellini, suo nonno (capitato dal natio Abruzzo a
Catania nella seconda metà del Settecento e divenuto maestro di cappella del principe di
Biscari), e poi dal padre, Rosario, anche lui apprezzato musicista, ma sempre in bolletta
e alle prese con la vita di tutti i giorni, tanto avara. Sposando Agata Ferlito, il 17
gennaio 1801, il giovane Rosario aveva messo casa in un appartamento al primo piano del
palazzo Gravina-Cruyllas di fronte alla chiesa di San Francesco e con tre balconi sulla
via del Corso. Ma dopo la nascita di Vincenzo (nella notte fra il 2 e il 3 novembre 1801)
e degli altri figli (Carmelo, Francesco, Michela, Giuseppa, Mario e Maria), la famiglia,
ormai numerosa, fu costretta a sloggiare per trasferirsi in una casa ancor più modesta,
in via S. Agostino, a due passi dall'abitazione di don Vincenzo Tobia, che già da qualche
tempo impartiva lezioni al promettente nipote, tirandoselo dappresso anche quando suonava
nei salotti dell'aristocrazia e nelle chiese, per cui in breve tempo quel ragazzino,
grazioso e simpatico era noto in tutta Catania. E per i circoli della nobiltà il
piccolo Bellini scrisse le sue prime ariette e probabilmente qualche brano strumentale.
Nel 1819 il balzo a Napoli con la retta pagata dal Comune. Furono anni di studio severo e
anche di più serie e impegnative composizioni, che rivelavano già il taglio del
musicista di talento e ormai maturo a spiccare il volo verso i massimi teatri del mondo. E
infatti, dopo le due opere a Napoli, eccolo a Milano (1827); approdò alla Scala, chiamato
dallimpresario Domenico Barbaja, e il 27 ottobre dello stesso anno presentò su
libretto di Felice Romani (che scriverà per lui anche i versi per le successive sei
opere), Il pirata. Un vero trionfo, che schiuse al musicista ogni strada,
facendogli scordare così l'infelice flirt napoletano con Maddalena Fumaroli,
andato a monte per l'ostilità del padre della fanciulla (che morirà qualche anno dopo).
Con quest'opera cominciò anche la feconda collaborazione di Bellini con il tenore
Giambattista Rubini (che terrà a battesimo quasi tutti i suoi lavori), come stretti
saranno i legami con Giuditta Pasta. La fama del maestro catanese varcò presto anche le
Alpi. Il pirata fu acclamato a Vienna, mentre il maestro stabiliva il centro dei
suoi interessi musicali, economici e anche amorosi a Milano, città nella quale risiedette
ininterrottamente fino al 1833, accolto e richiesto nei circoli della migliore società: Viveva
esclusivamente delle scritture teatrali e, a differenza dei suoi colleghi Rossini, Pacini,
Mercadante, non assunse mai nessun ufficio, per esempio di insegnante di conservatorio o
di direttore musicale di teatro d'opera. Per contro, seppe smerciare le proprie opere in
Italia assai più care della media corrente e inoltre visse per mesi ospite nelle ville di
campagna delle famiglie Cantù e Turina. Con Giuditta Turina, moglie infelice del
latifondista e fabbricante di seta Ferdinando Turina, Bellini ebbe unappassionata
relazione amorosa iniziata nell'aprile del 1828 a Genova, dove il compositore aveva
inaugurato con successo il teatro Carlo Felice con la seconda versione dell'opera Bianca e
Fernando, e durata fino al 1833 (Friedrich Lippmann).Tappe feconde della vita e
dell'attività artistica del giovane siciliano furono La straniera (Scala, 14
febbraio 1829), per la quale il Decurionato catanese gli fece coniare una medaglia d'oro (Vinc.
Bellini catanensis musicae artis decus , vi era inciso da un lato, e Meritis
quaesitam patria - MDCCCXXIX, dall'altro); Zaira (data al teatro ducale di
Parma il 16 maggio 1829 alla presenza dell'arciduchessa Maria Luisa vedova di Napoleone
con un insuccesso iniziale); I Capuleti e i Montecchi (presentata al teatro La
Fenice di Venezia l'11 marzo 1830, ebbe - sono parole di Bellini - successo
strepitoso e fu dedicata dal musicista ai propri concittadini); La sonnambula
(teatro Carcano di Milano, 6 marzo 1831, protagonisti Giuditta Pasta e il tenore Rubini);
e il grande capolavoro Norma (teatro alla Scala, 26 dicembre 1831, con
Giuditta Pasta e Domenico Donzelli, caduta alla prima per l'ostilità del partito
avverso, capeggiato dalla contessa Giulia di Samayloff, amante di Giovanni Pacini, ma
riscattatasi immediatamente nelle successive repliche). Dopo un viaggio in Sicilia nella
primavera del 1832 per rivedere i familiari e la città natale, il 16 marzo del 1833 al
teatro La Fenice di Venezia Bellini presentò Beatrice di Tenda: ma l'opera
- scrissero i giornali non ebbe alcuna fortuna; il pubblico, poveretta!,
non la confortò di nessun lieto viso e il maestro se la vedeva correre verso il suo
destino senza che nessuno si rammentasse di lui. Ma anche stavolta, nelle repliche,
arrivarono i consensi del pubblico e dei critici. Nello stesso anno, il maestro si recò a
Londra dove, interpreti Giuditta Pasta e Maria Malibran (nuova fiamma del catanese), le
opere belliniane ottennero altri trionfi. Si registrò addirittura un fatto nuovo -
sono i giornali londinesi a rivelarlo nei fasti teatrali di questo Paese: si
dovette rialzare la tenda per ripetere la stretta finale dell'opera (I Capuleti e i
Montecchi).
 Da
Londra, a Parigi. Nella capitale francese altre grandi accoglienze al musicista e alle sue
opere. Bellini fu subito assorbito dai circoli culturali, politici e aristocratici, ma
soprattutto da quelli artistici che ruotavano attorno a Rossini, Chopin, Franz Listz,
Luigi Cherubini, Alessandro Dumas e Victor Hugo. E anche dai salotti: Le serate, i
balli, i pranzi - scrisse - mi hanno fatto guadagnare una specie di mal di testa.
Al Teatro degli Italiani, il 24 gennaio 1835, attesissima, andò in scena la sua ultima
opera, I Puritani, su libretto di Carlo Pepoli, interpreti Giulietta Grisi, Rubini,
Tamburini e Luigi Lablanche. Il successo fu senza precedenti: tutte le donne
sventolavano i fazzoletti, tutti gli uomini agitavano in aria i cappelli. Ma pochi
mesi dopo venne, improvvisa, la fine del musicista: spirò mentre infuriava un temporale,
in una isolata villa di Puteaux, un sobborgo di Parigi. Era il 23 settembre. Al suo
capezzale, inginocchiato, soltanto il giardiniere. Samuele Lewis e sua moglie, che gli
avevano messo a disposizione la loro casa fin dal suo arrivo a Parigi, erano partiti
un'ora prima per ignota destinazione, lasciando morente il loro giovane e celebre amico.
Perché? Non s'è mai saputo. Quarantuno anni dopo, la salma di Bellini fu traslata a
Catania. Da allora il Cigno riposa nella Cattedrale. (Enciclopedia
di Catania - Tringale Editore)
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