|
Laureato in lettere, insegnò
all'Istituto magistrale di Catania, per trasferirsi in seguito a Roma.
Nel dopoguerra collaborò come soggettista e sceneggiatore a numerosi film italiani. Le
sue prime esperienze di scrittore sono rappresentate da una serie di opere teatrali di
carattere eroico, di romanzi politico-avventurosi e di racconti quasi mondani che vanno da
Piave (Milano, 1932) a Lamico del vincitore (Milano, 1932),
primo tentativo di rappresentazione satirica del mondo della borghesia siciliana in cui
già é presente quello spunto politico che diventerà uno dei temi costanti della sua
narrativa, a Singolare avventura di viaggio (Milano, 1934), e a In cerca di un
sì (Catania, 1939), che rivelano l'acuta osservazione di costumi che é il fondamento
della sua esperienza di scrittore. Nel 1941 Brancati ripudiava tutta la sua opera
precedente, pubblicando Gli anni perduti (Firenze, 1941) e Don Giovanni in
Sicilia (Milano, 1941). Nasce così, quasi di colpo, il cupo, amaro, disperato
moralismo di Brancati, indagatore dell'eterno vizio di pigrizia, di incapacità di azione,
di debolezza morale della società borghese meridionale, che a un certo punto si riverbera
sull'intera situazione della borghesia italiana, descrivendone l'immagine di vizio,
inganno, morte.
Gli anni perduti é il romanzo dell'immobilità angosciosa, perché inconscia,
della società cittadina di un grande centro della Sicilia, in cui è riconoscibile
Catania: una gioventù fra fragili avventure, aspirazioni incerte, miti, desideri sempre
delusi (per incapacità di autentica liberazione e di slancio di azione) di evasione verso
il continente e Roma, concepiti come i centri della vita vera, e un ricadere ogni volta
più cupo nella noia provinciale, nell'inutile rovello, nei vuoti discorsi, sempre uguali
come ritornelli di un'esistenza che trapassa insensibilmente dalla giovinezza alla
maturità senza che nulla muti, né vengano la coscienza del vivere, un impegno, uno
scatto sincero. Don Giovanni in Sicilia ha lo stesso intento acremente corrosivo:
qui, é il siciliano emigrato, l'uomo che ha fatto il gran passo, che ha trovato la forza
di liberarsi dalle costrizioni dell'ambiente siciliano, dai complessi insulari, che é
andato al Nord, a costituire il termine dell'indagine dello scrittore, che lo indica nel
punto del suo fallimento, nel suo ricadere, non appena le vicende dell'esistenza gliene
offrono l'occasione, nei vizi antichi, in quell'abissale pigrizia e incapacità di seria
volontà morale, in cui, secondo lo scrittore, sta il vizio profondo della borghesia
meridionale. Si inserisce a questo punto la scoperta da parte di Brancati delle ragioni
politiche di questa disgregazione morale, o, meglio, l'espressione politica di questa
condizione diminuita e perduta, nell'enorme, grottesco inganno e oppressione che fu il
fascismo (che gli dà la chiave, altresì, per cercare di allargare all'intera borghesia
italiana il senso della sua analisi): e ne nascono i testi più significativi della sua
narrativa, da Il vecchio con gli stivali (Milano, 1945) a Il
bell'Antonio (ivi, 1949). La vicenda del povero impiegato che, per migliorare le
proprie condizioni economiche, riesce, entrando nella trama delle piccole truffe, nei
compromessi, negli inganni meschini del sistema fascista, a farsi passare per antemarcia
ottenendo il sussidio e facendo una modestissima carriera, così che, alla liberazione,
finisce unico epurato, e proprio dai suoi superiori di ieri, più abili di lui a farsi
meriti per dopo, non é l'elegia del povero diavolo che, nei rivolgimenti, finisce per
andare sempre di mezzo: é la rappresentazione acremente ironica, impietosa, del vecchio
che si mette gli stivali, che sostiene il sistema grottesco del fascismo, perché non ha
fede che nell'astuzia, non ha altra etica che la famiglia, il piccolo guadagno; e la
satira cade violenta, su di lui come sui più impotenti profittatori del regime che lo
proseguono al di là della caduta perpetuandone i metodi. Sono le stesse ragioni che
sostengono la grandiosa, forte e colorita, acre e ridente irrisione contenuta ne Il
bell'Antonio: da un lato, la rappresentazione più matura del mondo catanese,
quello degli Anni perduti, con i suoi miti, le sue vane tensioni, le sue
attese a vuoto, i pettegolezzi, resi più sapidi dallatmosfera della dittatura;
dall'altro, la rappresentazione corrosiva del fascismo nei suoi miti di sesso, possesso,
conquista, infantilismo; in mezzo, la vena disperata e funebre di Brancati, che
spunta fuori della sua violenza irridente e beffarda, e usa ora la metafora del
bell'Antonio, il giovane bellissimo e impotente che rappresenta a tratti come il limite
grottescamente incarnato proprio nel supremo ideale del fascismo e della società borghese
e meridionale, il sesso, dell'impotenza morale, militare, politica del regime, del suo
fallimento, della disfatta italiana, ora interviene con la diretta dizione della coscienza
desolata dell'inutilità degli sforzi di mutare il mondo, secondo una posizione in cui
lodio per la dittatura e il senso del ridicolo si uniscono con la consapevolezza
ancestrale che non ci sarà nulla da fare, che la società italiana è guasta fino
in fondo, e altri "mostri" sorgeranno dal cadavere del fascismo. Nasce di qui
l'ultima opera, Paolo il caldo (Milano 1955), incompiuto romanzo della
disperazione, dello scetticismo radicale, dell'annullamento, perseguito attraverso
lanalisi atroce della dissoluzione fisica e mentale del protagonista nel sesso, come
lunico contatto che gli é possibile con una realtà che gli sfugge, in cui non
crede più, entro una società che é ormai ricaduta nei vizi morali di sempre, nella
corruzione, nell'inganno, nella menzogna, nell'erotismo come al tempo più oscuro del
fascismo. Il protagonista di Brancati precipita verso l'autodistruzione, con disperazione
e con ironia sempre più desolata e triste, sempre più scettica e al tempo stesso piena
di rovello per il rinnovamento che non cè stato. |