La chiesa di San Sebastiano era ubicata nello stesso punto dove, dopo il terremoto del 1693, venne costruita la chiesa del Carmine. Ma i confrati di San Sebastiano chiesero ed ottennero che la cappella di San Sebastiano continuasse ad essere amministrata dai suoi procuratori. Ai confrati, quindi, continuò a spettare l'onere e l'onore dei festeggiamenti. Oggi la celebrazione si svolge l'ultima domenica del mese di maggio.
La festa, secondo le testimonianze documentali rinvenute da Matteo Gaudioso, presentava, e fino all'inizio di questo secolo, aspetti molto discussi, perché, creando un'atmosfera di intensa rivalità tra gruppi di fedeli, spesso costituiva l'occasione per il manifestarsi di atti di violenza. Sposati e celibi (schetti e maritati) si contendevano il fercolo al grido lassa u Santu (lascia il Santo), spingendosi fino allo scontro fisico. Per queste caratteristiche, la festa era diventata, addirittura, un appuntamento per la resa dei conti tra i più facinorosi del paese: a Sammastianu ni videmu! (ci vediamo a San Sebastiano!).
Gaudioso narra di diverse vicende cruente, manifestatesi in occasione della festa, come quella del 1861, quando schetti e maritati, dopo aversi malmenato, si unirono contro un gruppo di soldati che si era dato da fare per sedare la rissa. I soldati furono inseguiti dalle sassate dei festaioli fino ai pressi di Lentini, ma ritornarono con i rinforzi, mettendo il paese sotto la minaccia dell'artiglieria. Altro episodio di eclatante violenza si sarebbe svolto agli inizi di questo secolo. Una ragazza del popolo delusa in amore, una certa Russo, conosciuta come a puspirara (la fiammiferaia), non trovò occasione migliore per punire il proprio seduttore che di accoltellarlo a morte sotto lo scalo (struttura di sostegno della bara di San Sebastiano portata a spalla).
La festa viene celebrata ancora oggi ad opera dei confrati e mantiene un'atmosfera chiassosa, come vuole la tradizione.