Il nuovo re di Spagna (e di Sicilia) Ferdinando I pone fine allo stato di anarchia e strapotere baronale (proseguendo in questo l'opera dei due Martini), anche se la Sicilia, sebbene ancora formalmente e giuridicamente regnum autonomo, viene ridotta al ruolo di provincia, amministrata da un viceré con sede a Palermo e talvolta anche a Messina. La restaurazione dell'autorità regia, le maggiori libertà concesse alle città demaniali, l'espansione dei traffici commerciali, la politica culturale avviata da Alfonso il Magnanimo (con l'istituzione dello Studium Generale di Catania nel 1442, la presenza a Messina del grecista Costantino Lascaris, etc.) favoriscono un contesto di rinascita. Il nuovo clima è, però, frustrato dagli esosi donativi (collette), dall'imposizione di tasse e gabelle (anche sui cereali), dall'abbandono delle difese costiere (che determina lo spostamento della popolazione verso l'interno a causa delle frequenti incursioni di pirati saraceni), dall'espulsione dell'attivo ceto mercantile ebreo (nel 1492), dall'introduzione del sinistro Tribunale della Inquisizione (che paralizza ogni fermento culturale ed intellettuale). Nicosia, tuttavia, risente positivamente della rinascita castigliana. Le istituzioni demaniali, sopite le rivalità civili, si affermano e si rafforzano. Come si rileva dal Liber gratiarum (raccolta dei privilegi della Città) e da uno studio di Francesco Cuva, ogni anno, l'ultima domenica di agosto o la prima di settembre, il popolo si raduna in piazza per eleggere 60 consiglieri (30 nobili, lo "ministrali" o ecclesiastici, lo burgisi, lo artigiani) i quali, a loro volta, eleggono 12 magistrati (giurati), ripartiti gli unì e gli altri tra i due quartieri rivali. È un altro periodo felice. Nicosia sventa un tentativo di larvata signoria del castellano Giovanni Dixer (che aveva ottenuto la riscossione della colletta); ottiene la conferma dei precedenti privilegi e soprattutto dei numerosi feudi (che costituiscono la ricchezza della città e che reggono una serie di attività economiche, quali quelle dei gabelloti) e l'approvazione delle Consuetudini (raccolta di leggi municipali, presentate dal sindaco Giovanni La Via e dal capitano Pietro Sabia ed approvate dal viceré Nicolò Speciale, presunto nicosiano); diventa un florido centro commerciale di grano e soprattutto di bestiame (c'è già una fiera animatissima e frequentata da allevatori che provengono da ogni parte della Sicilia e viene istituito un nuovo mercato nella piazza del Carmine, che si affianca al Mercato Vecchio esistente nel quartiere di S. Maria). In questo clima di relativa euforia economica vengono portate a termine le due chiese "rivali": S. Maria nel 1454, S. Nicolò (già splendida per le pitture gotiche del tetto in legno) nel 1455; la città s'arricchisce anche d'altri edifici civili (di cui si hanno scarse tracce in qualche portale) e soprattutto sacri: il convento di S. Francesco d'Assisi (fondato nel 1427), quello delle Benedettine di S. Biagio (attivo già nel 1433), la chiesa di S. Agata (poi ricostruita nel 1500). La chiesa di S. Antonio Abate (dagli archi gotici e dalla facciata rinascimentale, del 1480) e l'attiguo oratorio della Pace (sorto per comporre le liti tra i cittadini, assistere i carcerati e le famiglie bisognose) dimostrano che in questo periodo la città si espande verso Monte Carmelo e la Colletta.