Tauromenium, per evitare di essere distrutta e saccheggiata come Siracusa, avviò una politica di amicizia verso Roma e, nel 212 a.C., si sottomise ad essa. Cessava con questo atto il periodo di massimo splendore della civiltà greca in Sicilia.
Cesare Ottaviano fece di Taormina una colonia romana, allontanando dalla città molti dei suoi abitanti e popolandola con famiglie romane. Attratti dalla bellezza e dal clima mite, molti consoli che si ritiravano dalla vita pubblica la sceglievano come luogo di riposo. Alcune insigni famiglie romane costruirono lussuose ville nei luoghi più ameni o vicino al mare per risiedervi stabilmente. Dalla famiglia dei Pisones della gente Calpurnia prese nome la località Spisone; la via Jalia Bassia prese nome dalla matrona Julia Basilia; dalla villa costruita dai Fabi prese nome la contrada Mufabi.
Essendo stata pronta a sottomettersi a Roma, Tauromenium fu la prima civitas libera et foederata tra le 52 città dell’isola. In virtù di tale riconoscimento fu esentata da qualsiasi tributo verso Roma e furono concessi ai Tauromeniti molti privilegi, compresa la cittadinanza romana. La città godette, fino al 133 a.C., di un periodo di pace, durante il quale fu ristrutturato il Teatro greco costruito da Gerone II. (ecco perché oggi il Teatro antico è spesso anche chiamato greco-romano), furono costruiti nuovi monumenti e fu dato un impulso allo sviluppo urbanistico.
Nello stesso periodo si sviluppava la lotta per la supremazia e l'esistenza fra Roma e Cartagine; lotta che durò 120 anni (264-146 a.C.) e che si concluse con la distruzione di Cartagine, che avvenne nel 146 a.C., dopo le tre guerre puniche. La cacciata definitiva dei Cartaginesi dall'isola fu merito dei Romani, ma la Sicilia e Tauromenium non diventarono mai latine. Tauromenium conservò, infatti, il suo parlare greco fino alla nascita del volgare nel periodo dei Normanni e degli Svevi. Una prova di ciò sta nel fatto che il vescovo Teòfono Cerameo pronunciava le sue omelie ancora in greco.
La storia dell'impero romano abbraccia cinque secoli, dal 31 a.C. al 476 d.C. Crisi e disordini, lotte civili, trasformazioni sociali caratterizzarono tutta questa fase storica. Limitando l’attenzione alla Sicilia, si rileva che la decadenza procedette inesorabile in tutti i campi e che a lungo imperò il malgoverno. La piccola proprietà rurale tese a scomparire, perché tartassata dagli aggravi fiscali. Le zone agrarie dell'isola divennero preda dei grandi speculatori italici e crebbe il numero dei diseredati.
Si arrivò a un tale impoverimento che gli agricoltori, esasperati dalle imposizioni sempre più esose di Roma, si ribellarono. Le rivolte, che segnarono un risveglio dei sentimenti d'indipendenza isolana, furono definite le rivolte degli schiavi (135-132 e 104-101 a.C.). Sorte in Sicilia ed alimentate a Roma dall’appassionata opera dei tribuni della plebe, i fratelli Tiberio e Caio Gracco, investirono anche Tauromenium.
Diecine di migliaia di agricoltori e schiavi, guidati da Euno, insorsero verso i padroni delle terre ed occuparono Enna, Agrigento, Catania e Tauromenium (un monumento ad Enna ricorda l’eroismo di Euno). Roma inviò il console Fulvio Flacco con il mandato di domare i rivoltosi. Assediò Tauromenium e poiché non riuscì ad occuparla vennero in suo aiuto i consoli Lucio Pisone e Publio Rupilio (due vie di Taormina ricordano ancora oggi questi due consoli, ma nulla ricorda, invece, l'epica rivolta degli schiavi). I rivoltosi si asserragliarono nella città e, nonostante avessero esaurito i viveri, resistettero a lungo (pare che per sopravvivere furono perfino costretti all'antropofagia). Solo per il tradimento di uno schiavo, di nome Sepadone, il console Rupilio riuscì ad entrare nella città. I ribelli catturati vennero uccisi in modo atroce (mediante il supplizio della croce o mediante sfracellamento) o vennero incatenati e portati a Roma per dare spettacolo nei circhi, facendoli combattere contro leoni affamati.
Durante tutto il periodo della dominazione si verificarono diversi episodi che evidenziarono quanto fosse difficile ai Tauromeniti integrarsi con i Romani. Nel foro di Taormina era stata innalzata una statua al propretore Gaio Verre, allorchè, nel 73 a.C., era stato inviato in Sicilia ad amministrare la giustizia. Verre si dimostrò subito un ladro di opere d'arte ed un concussore. Pretese, nonostante la città godesse dell’esenzione da ogni tributo, grossi quantitativi di frumento, vettovagliamenti e perfino delle navi. I cittadini decisero di reagire e, con la complicità di una notte buia, rovesciarono la sua statua. Poi la sminuzzarono e dispersero i pezzi, lasciando volutamente solo la base per accentuare l'oltraggio.
La città accolse bene e collaborò, invece, con Marco Tullio Cicerone, allorché venne a Taormina per raccogliere notizie e prove utili per accusare Verre in Senato. Verre, capita l’antifona, si esiliò volontariamente a Marsiglia, ove rimase fino alla morte, avvenuta nel 43 a.C.
Cicerone, soddisfatto della fuga di Verre, non ritenne di leggere, avanti all'Alta Corte Senatoria, le cinque famose orazioni, dette Verrine (in Verrem). Lesse solo la prima e si limitò a pubblicare le altre. In queste orazioni scrisse molto su Taormina in modo acuto e lucido. Dopo Verre, Tauromenium dovette subire la cupidigia di un altro Pretore, Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, poi catturato e ucciso a Mileto da Antonio.