Un’immensa pagina miniata

La mano di un pittore capace di librarsi al di sopra del dignitoso livello di un esperto decoratore è un fatto difficilmente negabile, a Nicosia. Il contributo di artisti di talento all’interno di una produzione finalizzata ad uno scopo strettamente ornamentale non è peraltro un fatto straordinario nella bottega medievale.

Nel gruppo di artisti impegnati nella decorazione del soffitto di Nicosia dovette verosimilmente aver luogo una divisione del lavoro.

All’interno di essa mi è sembrato di scorgere due elementi di spicco: il primo si distingue in special misura per la serie di ritratti della terza campata; il secondo, che dal suo lavoro più eccellente chiamerei Il maestro di san Damiano, emerge nell’ambito delle ulteriori campate. La loro identità si perde, al presente, nella nebbia più fitta.

La spigliata loquela, il tono agile ed essenziale delle figurazioni nicosiane potrebbero suggerire l’ipotesi di una loro catalogazione nell’ambito dell’arte popolare. La questione non è nuova. F. Bologna l'ha posta a proposito delle pitture della sala magna dello Steri, definite da S. Bottari come un'opera di artigiani o, se si vuole, di estrosi cantastorie. Egli sostiene piuttosto che il tono apparentemente popolare delle pitture palermitane è comune a tanta parte delle illustrazioni miniate medievali, del cui carattere aulico nessuno si sogna di dubitare.

Una simile considerazione mantiene la sua validità anche per le pitture della cattedrale di S. Nicolò. Non mi sembra peraltro inadeguata l’interpretazione analogica del tectum depictum nicosiano come di un’immensa pagina miniata ove alla centralità del Verbum, visualizzata nelle figurazioni della Historia Salutis e dei Santi, fa da contrappunto il variopinto mondo della terrenità che si dispiega con la stessa ricchezza provocatoria e la stessa imprevedibile esuberanza dei marginalia che circondano il testo scritto di una carta miniata.

P. Toesca, nel corso della sua disamina delle opere trecentesche esistenti in Sicilia, concludeva col definire le pitture dello Steri come la più grande singolare opera di pittori siciliani. E’ il caso di riecheggiare una simile valutazione in riferimento a quelle del soffitto della cattedrale di Nicosia ed al loro rapporto con l’arte del primo quattrocento in Sicilia. Questo c’induce il considerare la mirabile articolazione in un unico e originale discorso figurativo, del radicale bilinguismo da esse risultante, per un verso, dalla tendenza locale – alimentata dal dialogo col levante spagnolo – all’uso di temi e di un’impostazione d’insieme degli apparati decorativi, propri della tradizione islamica; per l’altro da dilaganti locuzioni di provenienza occidentale.

Un’ulteriore ricerca su quella che costituisce la testimonianza più significativa, nel cuore del secolo XV, di un mudejar di Sicilia, consentirà nello stesso tempo l’acquisizione di nuovi elementi di chiarificazione circa l’inestricabile groviglio di vicende e di rapporti che a ragione è stato definito da F. Zevi come la giungla del tardo-gotico meridionale.