Artisti e botteghe

Il complesso ornamentale nicosiano, esteso in origine per una superficie di oltre trecento metri quadrati, dovette essere portato a termine in un arco di tempo non breve – di parecchi anni, forse - da parte di artisti che operarono sotto regie diverse, pur all’interno di una griglia programmatica unitaria. I loro nomi, il loro specifico contributo, i tempi d’inizio e di conclusione dell’opera sono sconosciuti. Mancando di prove certe, possiamo solo lavorare su elementi indiziari. Ritengo che possa essere tracciata una linea di demarcazione, per quanto approssimata, tra due aree del soffitto, corrispondenti all’attività di due pittori o, più realisticamente, di due distinte botteghe (ma potrebbe anche pensarsi a diverse fasi operative di una stessa bottega): l’una attività comprende le campate iniziali fino a parte della sesta; l’altra le rimanenti.

Tra i motivi geometrici e fitomorfi distribuiti nei lacunari della seconda campata – ma alcuni di essi li troviamo ripetuti fino all’interno della settima - affiorano riprese di modelli trecenteschi presenti nello Steri: tali sono la stella a fettucce intrecciate e le rosette a otto petali inscritte entro ottagoni a lati ricurvi; come anche, sempre alla seconda campata, l’arma dei Ventimiglia circondata da foglie d’acanto. La stessa fonte indicano le drôleries, mostruose figurazioni composte da elementi animali, vegetali ed umani, sui fregi posti tra la seconda e la quarta campata. Le sagome essenziali delle figurazioni zoomorfe ed antropomorfe, colorate di regola a tinte piatte, risentono di quello stile gotico-lineal, che qualificava le pitture del soffitto chiaramontano, come degli esemplari ad esso coevi, nel levante iberico.

Ad un’esperta manovalanza fanno capo le pitture delle prime campate, ove non mancano certo momenti di grazia – si pensi al vivace naturalismo del levriero che balza di scatto su una lepre in corsa, alla quarta campata - , ma esse non si elevano nell’insieme al di sopra di un modesto livello qualitativo.

Spicca, in tale contesto, la robusta performance di un artista, forse il capobottega, il quale adorna i lacunari della terza campata con una galleria di ritratti, accostati con una stretta cadenza, quale non ritroveremo in altre campate. La scura carnagione di questi volti si staglia su densi campi di nero o di rosso carminio, rischiarata da avare spolverate di luce.

Colori grassi, tratti marcati, realistica evidenziazione dei caratteri ci consentono di isolare un pittore dotato di un’originale fisionomia. Specie nel gruppo degli asprigni ritratti dei vecchi monaci oranti, egli ci appare far propri stilemi della pittura catalana, i cui influssi sulla Sicilia del Quattrocento godono di sicura documentazione. La forte semplificazione del disegno, il rozzo chiaroscuro, la immediata espressività della narrazione, nelle tavole della Genesi e di S. Nicolò che riceve la chiesa a lui dedicata, sembrano rinviare allo stesso maestro.

Costretto questa volta ad inserire le figure umane entro spazi asfittici, egli finisce col deformarle, coll’evidenziare solo certi elementi essenziali – il capo, il tronco e gli arti -, quanto basta perché chi guarda a distanza ne colga l’individualità e i gesti. Ma i dipinti, oggi deterioratissimi, si presentano quale frutto di prestazioni tra le più scadenti, o almeno affrettate rispetto al complesso dell’opera.

Affinità col settore dei ritratti troviamo in quello antistante, ornato con ventiquattro medaglioni, nei quali sono inscritte eleganti lettere maiuscole miniate. Comune il brillante gioco degli sfondi, in alternanza rossi e neri, sui quali le lettere campeggiano; comuni certi elementi di dettaglio, come il disegno delle lettere. Può darsi che si tratti del lavoro di uno stretto collaboratore del maestro dei ritratti, avente familiarità col mondo della miniatura, forse anche praticata direttamente. Ma non è da escludersi che l’identico artista, versato sia nella pittura che nella miniatura, abbia tratto le maiuscole dal repertorio dei codici miniati e le abbia riportate su scala gigante.

Alla miniatura bolognese, in particolare, si ispirano le corpose foglie acantiformi distribuite in numerosi riquadri e lungo i fregi delle travi.